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Vite bloccate, vite negate. Racconti dal viaggio in Grecia, luglio 2016

Storie di diritti violati e resistenze nella Grecia dell’era post-Idomeni

Di Davide Carnemolla e Marta Peradotto

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Dalla speranza alla rassegnazione. Dal viaggio attraverso i confini della rotta balcanica – rischioso, faticoso, interminabile, ma pur sempre un viaggio – al blocco, al pantano greco. Le porte dei confini europei si sono chiuse inesorabilmente in faccia ai migranti, quegli stessi migranti che con il loro straordinario coraggio e la loro instancabile voglia di libertà avevano abbattuto i muri della Fortezza Europa dando una lezione di umanità e dignità a tutte e tutti noi.

A partire da novembre quelle frontiere, che avevano stampato nell’immaginario collettivo volti, luoghi e confini prima sconosciuti, si sono progressivamente chiuse. Prima per chi non era o non poteva dimostrare di essere siriano, iracheno o afghano. Poi anche per gli afghani. Infine – dopo ulteriori e artificiali “filtri” aventi lo scopo di ampliare sempre più il numero di coloro non ”meritevoli” di chiedere asilo politico – per tutti i migranti in arrivo dalla Turchia. A partire da febbraio, tutti gli stati della rotta balcanica hanno chiuso definitivamente o quasi i loro confini e lo stesso è avvenuto per quello greco-macedone. E così Idomeni da luogo di transito è diventato luogo di sosta ma anche spazio di resistenza e di solidarietà. Ma le vite e i diritti dei migranti poco importavano all’Unione Europea, fresca dell’accordo criminale con la Turchia del dittatore Erdogan, e quindi si è arrivati alla scelta di eleggere la Grecia come “Stato-limbo” dove segregare i più di 50.000 migranti che per l’Europa erano arrivati troppo tardi per avere i loro diritti.

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E adesso? Intanto i migranti in arrivo sono drasticamente diminuiti. Dei quasi 60.000 di febbraio si è arrivati ai 1800 di luglio, il tutto frutto del sanguinoso patto europeo con la Turchia riassumibile con il concetto “più soldi vi diamo meno migranti dovete fare arrivare qui da noi in Europa”. E questa scandalosa violazione del diritto d’asilo – che ricordiamo è un diritto universale e su base individuale – include lo scellerato patto “per ogni migrante arrivato dopo il 20 marzo e respinto in Turchia, accogliamo un migrante dalla Turchia in Europa”. Migranti – e persone prima di tutto – trattate come pacchi postali da spedire e rimandare indietro violando ogni diritto fondamentale e seguendo criteri tanto cinici quanto schizofrenici che infatti al momento non stanno avendo (per fortuna) un’applicazione costante e definita anche se vi sono state già diverse deportazioni di migranti dalle isole greche verso la Turchia. Infatti tutte le persone, di qualunque nazionalità, che non vengono riconosciute come rifugiati possono essere deportate in Turchia. Per decidere se deportarli o no non si valuta la nazionalità (adesso anche i siriani rischiano) ma il fatto di essere arrivati in Grecia prima o dopo il 20 marzo. Una delle poche buone notizie è però che da inizio luglio le deportazioni dalle isole greche sono state sospese in seguito ad alcuni ricorsi di richiedenti asilo siriani basati sul fatto che la Turchia non può essere considerato un “Paese terzo sicuro”. Il timore fondato comunque è che a breve possano ricominciare con il probabile coordinamento dell’agenzia Frontex, che fino ad ora ha lasciato fare il “lavoro sporco” al governo greco restando nell’ombra ma che, così come in Italia, pare stia avendo un ruolo rilevante nel coordinare e definire le varie procedure di identificazione e deportazione.

A proposito di deportazioni stanno aumentando quelle da altri Paesi europei verso la Grecia (nonostante il Regolamento Dublino III non sia valido in Grecia), soprattutto da alcuni Paesi dell’Est Europa come la Bulgaria e la Macedonia mentre altri Paesi del Centro e Nord Europa pare che al momento non stiano effettuando deportazioni via terra verso la Grecia.

Quello che è accaduto in maniera incontrovertibile è ad ogni modo che dalla chiusura di Idomeni improvvisamente la Grecia da “Paese insicuro” (così come sancito da diverse sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) è diventato per l’Europa – e automaticamente anche per l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – un Paese sicurissimo e perfettamente in grado di tutelare i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo. Ovviamente la realtà è esattamente l’opposto ed è proprio questa realtà che abbiamo toccato con mano nel nostro viaggio in Grecia nel mese di luglio.

La (non) vita dei migranti in Grecia tra attese infinite e speranze finite

Come stanno i migranti violentemente deportati dalla speranza di Idomeni alla rassegnazione dei centri governativi greci? Stanno male, malissimo. Buona parte delle 57.000 persone bloccate in Grecia sono accampate (termine quanto mai appropriato) in strutture – quasi sempre inadeguate e improvvisate – soprattutto nelle zone di Atene e Salonicco. Adesso gli ordini greco-europei sono quelli di rinchiudere tutti i migranti nei centri governativi boicottando il più possibile i centri informali, prevedendo anche la possibilità – come accaduto al porto del Pireo – di attuare sgomberi forzati.

E i centri governativi – come quello di Elliniko di cui parleremo dopo – non sono affatto meglio degli altri: sorgono spesso in zone periferiche o fuori città, alcuni vicinissimi ad aree industriali con materiali e sostanze tossiche; vi è una carenza di mediatori e interpreti e in alcuni casi una presenza non costante di UNHCR e di alcune ong, spesso assenti durante i weekend e gli orari non “di ufficio” (cioè dopo le 17). Le informazioni fornite sembra siano poche e questa carenza di informazioni danneggia ancora di più coloro che hanno meno possibilità e speranze (come afghani e pakistani). Inoltre molti soggetti “vulnerabili” (bambini, anziani, donne in stato di gravidanza, persone con problemi a livello psichico e fisico) sono costretti a vivere nei campi in condizioni disumane senza nessuna tutela legata alla loro condizione. E parliamo di numeri rilevanti visto che si stima ci siano al momento in Grecia quasi mille minori non accompagnati costretti a vivere in questa situazione.

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Manifestación de activistas del No Border Camp en el centro gubernamental “Softex”, cerca de Tesalónica

Quali sono al momento i diritti e le possibilità di chi si trova in Grecia?

Almeno teoricamente le tre possibilità sono chiedere protezione internazionale in Grecia, chiedere la relocation (cioè rientrare nelle quote di coloro che avranno la possibilità di andare in un altro Paese europeo) o chiedere il ricongiungimento familiare. Ognuna di queste possibilità esclude automaticamente le altre e nei fatti, ben lontani dalle possibilità teoriche, le uniche due possibilità che garantirebbero un futuro dignitoso ai migranti – cioè la relocation e il ricongiungimento familiare – sono le più difficili.
Perchè? Partiamo dalla relocation (o ricollocamento). Al momento possono richiederla coloro che provengono da Siria, Yemen, Eritrea e Repubblica Centrafricana (nella lista non c’è più l’Iraq). Questa procedura si sta rivelando il classico specchietto per le allodole: a circa un anno dalla sua inaugurazione poco più di 3.000 richiedenti asilo ne hanno potuto usufruire, il 2% del totale dei 160.000 previsti entro settembre 2017 dall’Unione Europea. E anche la scelta dei Paesi dove andare (8 Paesi totali da mettere in ordine di preferenza nella domanda da compilare) spesso è una “finta” opzione visto che diversi migranti ci hanno raccontato di essere stati “assegnati” a Paesi che non apparivano affatto tra quelli da loro indicati. Ma anche per i pochissimi “fortunati” l’odissea non è finita. Dopo essere entrati nelle quote per la relocation bisogna comunque in alcuni casi sostenere un colloquio con le ambasciate dei Paesi di destinazione se da essi richiesto. E cosa succede? Che alcune ambasciate – soprattutto quella francese ma anche quella olandese – dopo colloqui piuttosto pressanti rifiutano le domande di relocation per “motivi di sicurezza” o per altre ragioni comunque insindacabili. A questo punto le speranze sono finite nel senso che la procedura di relocation è applicabile ad un solo Paese e quindi in caso di rifiuto il richiedente asilo è automaticamente escluso dal sistema di relocation ed è costretto a rimanere in Grecia senza poter più chiedere di andare in un altro Paese (questo anche nel caso il secondo Paese fosse disponibile ad accoglierlo). Stando alle informazioni da noi raccolte circa un terzo di coloro che hanno chiesto la relocation in Francia sono stati rifiutati (50 su 150 totali). E occorre aggiungere che chi è arrivato dopo il 20 marzo e non è stato (ancora) deportato non può chiedere la relocation ma, nel migliore dei casi, solo asilo politico in Grecia o il ricongiungimento familiare (anche queste due opzioni in teoria con la deadline del 20 marzo non sarebbero percorribili ma sembra ci sia in tal senso parecchia confusione e anche molta discrezionalità).

L’altra possibilità è appunto il ricongiungimento familiare, procedura che fa riferimento ad uno dei diritti inderogabili, quello dell’unità familiare. Eppure anche qui sono pochi quelli che riescono a godere di questo diritto. Il ricongiungimento infatti è limitato solo a marito, moglie e figli minorenni. E in quest’ultimo caso accade spesso che i minori facciano domanda di ricongiungimento e poi a causa delle lentezze burocratiche divengano maggiorenni perdendo tale diritto. E anche chi ha tutti i documenti pronti per il ricongiungimento – come alcune famiglie siriane che abbiamo incontrato al porto del Pireo – deve aspettare almeno 4-5 mesi in Grecia continuando a vivere condizioni disumane.

La terza opzione è la peggiore ma anche la più semplice e la più “incoraggiata”. Intanto precisiamo che per molti di coloro che si trovano in Grecia è l’unica opzione possibile. Per chi non è siriano o iracheno (ma per questi ultimi solo a determinate condizioni) e per chi non può chiedere il ricongiungimento, quindi per circa la metà dei migranti bloccati in Grecia – molti dei quali afghani – l’unica scelta è chiedere asilo politico in Grecia con davanti ai loro occhi due possibilità: vedere respinta la domanda di asilo politico e vivere dunque da invisibili senza alcun diritto o ricevere una forma di protezione internazionale essendo condannati comunque a vivere una vita di serie B in un Paese che non garantisce diritti e servizi (lavoro, alloggio, servizi sociali, supporto legale) nemmeno a chi da anni vi risiede con un regolare permesso di soggiorno. Inoltre, da quanto ci è stato detto, alcune ONG che lavorano nei campi governativi non danno informazioni corrette o complete sull’esistenza delle tre possibilità sopra elencate e “suggeriscono” ai richiedenti asilo di non richiedere né relocation nè ricongiungimento familiare ma piuttosto di chiedere asilo in Grecia.

Una delle principali novità del “laboratorio Grecia” è la controversa procedura di “preregistrazione”, una sorta di via di mezzo tra il nulla e la richiesta di asilo politico. La preregistrazione dovrebbe riguardare coloro arrivati dal 1 gennaio 2015 al 20 marzo 2016 (anche se di fatto vengono pre-registrati anche migranti arrivati dopo tale data a prescindere da i passi successivi che dovranno fare) e prevede il rilascio di un tesserino che permette di permanere regolarmente in Grecia ma che non consente a chi lo possiede di essere riconosciuto come richiedente asilo. La preregistrazione può essere cartacea (viene realizzata soprattutto nei campi governativi) o via skype e tramite essa si prende appuntamento per la registrazione (l’equivalente del C3 in Italia).

Questa acrobazia burocratica è mirata a schedare tutti i migranti e a dare loro l’impressione di essere stati inseriti in una procedura rapida e ben organizzata ma di fatto li relega ad una “terra di mezzo” visto che i tempi per essere “davvero” registrati sono lunghissimi. Entrambe le procedure – via skype o di persona nei centri governativi – stanno andando molto a rilento (al momento sono stati pre-registrati 26000 migranti in tutta la Grecia, meno della metà del totale) e all’attesa per la preregistrazione c’è quella, ancora più lunga, per la registrazione. A ciò si aggiunge la questione della differenza di diritti e servizi tra chi ha fatto la preregistrazione e chi ha fatto la registrazione che resta controversa e ancora poco definita.

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Campamento en el campo del gobierno “Softex”, cerca de Tesalónica

Il porto del Pireo da luogo di transito ad accampamento indesiderato

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La rotta balcanica è stata una costellazione di confini e zone di transito e nel tempo i primi hanno sempre più sostituito le seconde. E’ questa anche la storia del porto del Pireo a sud del centro di Atene. Triste epilogo per un luogo che era diventato il trampolino di lancio verso Idomeni, verso il lungo ma ancora possibile viaggio fino al cuore dell’Europa.

Da qui arrivavano tutti i migranti sbarcati nelle isole greche dopo essere sopravvissuti alla traversata dalle coste turche. Fino a inizio 2016 era la zona di transito per eccellenza: le navi arrivavano al porto e subito apparivano decine di cartelli di compagnie di trasporti che, fiutando l’affare, avevano destinato molti dei loro bus al tragitto Atene-Idomeni. Pochi minuti e tutti venivano caricati sui bus. Chi non aveva i 25-30 euro richiesti andava direttamente ad Atene per cercare aiuti e denaro. Per mesi è andata avanti così. Ma poi i confini si son chiusi e il porto ha subito la peggiore delle metamorfosi diventando una zona di accampamento “informale” (cioè non governativo) dove circa 2000 persone (ma il numero varia di giorno in giorno) dormono in piccole tende ammassate in mezzo a detriti e su un asfalto cocente. Tra di loro le storie e i sogni più diversi: c’è chi aspetta di fare la “preregistrazione”, chi l’ha già fatta e si chiede quanto dovrà ancora aspettare per fare la “vera” registrazione, chi ha chiesto la relocation o il ricongiungimento familiare e chi ha ottenuto una delle due cose ed è comunque costretto a stare lì ancora per mesi. Le tende si estendono a macchia d’olio: sotto i cavalcavia, vicino al molo, intorno a vecchie strutture portuali. E circa 500 persone, in maggioranza afghani, erano accampate dentro un grosso edificio al centro di questa zona del porto. Erano… Il 13 luglio ritorniamo lì. Quel pomeriggio, nonostante il caldo soffocante e non un alito di vento, si respira un’aria strana.

Qualcosa è stato da poco spazzato via come un tornado ma ad Atene in questo periodo non può certo essere stata una calamità naturale. Si sente puzza dello zampino umano seppur anche il temine umanità risulti inappropriato.
Resti di uno sgombero, l’intero edificio è stato svuotato, tende lacerate e distrutte dalla violenza di una ruspa che solleva incurante anche i pochi quanto fondamentali averi di chi quelle tende abitava. Un pianto silenzioso e incessante accompagna i gesti di una donna che scava tra i resti per ritrovare quel pezzo di carta pieghevole che attesta la sua presenza fantasma in Europa. Senza quel pezzo di carta non è neanche un fantasma, un numero, non è nulla. Passa una bambina con una scarpa in mano, un piede è salvo.

Nel frattempo, nell’edificio quasi completamente vuoto alcuni impiegati portuali lavano il pavimento con degli idranti. Fuori dall’edificio altre donne e ragazzini piangono, altri lì accanto urlano la loro rabbia. Parliamo con alcuni volontari di associazioni che lavorano al porto e ci raccontano che quella mattina, un paio di ore prima del nostro arrivo, la polizia greca ha sgomberato con la forza tutto l’edificio strappando letteralmente le tende dal suolo con delle ruspe. Ci descrivono scene di disperazione e tentativi falliti di recuperare i pochi vestiti e oggetti personali che erano nelle tende e che le ruspe stavano divorando. Il clima di tensione anche tra i volontari presenti è palpabile. Alcuni sembrano complici (come un membro di una ong che ci ha impedito di fare delle foto dicendoci che avremmo rischiato l’arresto), alcuni preferiscono tacere, altri paiono rassegnati, altri indignati e desiderosi di raccontare quello che avevano visto.

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Questo sgombero violento come tanti altri è parte integrante del piano governativo (ed europeo) di organizzazione della (non) accoglienza dei migranti in Grecia. L’obiettivo è avere tutti sotto controllo e impedire o boicottare la creazione e il mantenimento di strutture e aree informali per definizione più libere e quindi meno controllabili. Al momento ci sono ancora molte persone al Pireo ma la sensazione è che quell’area sarà sgomberata del tutto a breve.
Non preoccupatevi, vi porteremo in un posto migliore di questo” ha detto la polizia mentre cacciava via i migranti dal porto. Viste le condizioni dei campi governativi ne dubitiamo fortemente.

E intorno la vita continua, per oggi i siriani sono al sicuro, oggi è toccato agli afghani sparire come polvere sotto un tappeto. Da una tenda sotto il cavalcavia si leva un braccio, qualcuno ci chiama. Mettiamo a fuoco, cercando di capire se riconosciamo i volti, ci giriamo che magari il richiamo non è rivolto a noi, ma non ci sono altri my friend nei dintorni. Poi accettiamo l’invito, senza domande, qua funziona così, ci si riconosce senza conoscersi, si diventa amici in pochi istanti. Ci sediamo sui tappeti tra due tende e già abbiamo una tazza di tè fumante e zuccherino tra le mani. La donna al nostro fianco ha il capo cinto da una bandana, fuma sorridente e ci presenta una dei suoi sei figli, Giuliana, 14 anni.

Giuliana, sarà il nome ma è affascinata al sapere che veniamo dall’Italia e inizia subito uno scambio di parole scritte su un quadernetto. Giuliana ha sete di conoscere, parla già arabo, curdo, turco, inglese, un po’ di francese ma vuole sapere come si saluta in italiano, come si dice “ti voglio bene“. Ci mostra le pagine del suo quaderno con le parole straniere dei my friend incontrati nei lunghi mesi d’attesa lì al porto, sotto il cavalcavia. Nel frattempo Letizia, che viaggia con noi, sta mostrando alla mamma di Giuliana la foto di sua figlia, anche lei ha 14 anni, anche lei è bella e sorridente come Giuliana. E allora perché gli occhi di Letizia luccicano di lacrime e le sue mani tremano mentre mostra l’immagine al cellulare?

Iniziano i racconti con l’aiuto dell’inglese e di quel poco arabo che conosciamo. La storia inizia in Rojava, Siria e continua in Turchia per due anni. Anche loro sono passati per Idomeni, hanno tentato di attraversare il fiume a piedi al confine con la Macedonia. Ci mostriamo reciprocamente le foto di Idomeni, tanta è l’emozione quando riconoscono il giovane amico di Marta, Mohammed.
La famiglia di Giuliana è “fortunata”, il padre e due fratelli vivono da tempo in Germania dove i ragazzi giocano a calcio con successo. Hanno fatto e ottenuto domanda di ricongiungimento grazie alla minore età dei quattro figli rimasti con la madre e ora devono solo aspettare. Quanto? Giorni, settimane? No, mesi, almeno cinque dice la burocrazia greca. Ecco, di nuovo, il tempo sospeso, l’attesa infinita, il sogno che sembra dietro l’angolo ma rimane sogno fino a che non si calpesta la terra promessa. Fortunatamente Giuliana è la più grande dei fratelli da ricongiungere, se fosse prossima ai 18 anni quest’attesa potrebbe significare per l’intera famiglia la vanificazione di ogni speranza. Prima di andare via ci scambiamo i contatti facebook e ci propongono di fare una foto di gruppo per non dimenticarci. Accettiamo ma non serve, non potremo dimenticarci mai di Giuliana, come di nessuno di loro.

Tra i campi governativi greci: dove l’accoglienza non trova posto

Non siamo sicuri di essere nel posto giusto quando la prima immagine che ci si presenta è una specie di discarica a cielo aperto. Avvicinandoci scopriamo che tra rifiuti di vario genere e oggetti accumulati alla rinfusa vive qualcuno, non abbiamo il tempo di scoprire chi perché subito dopo ci corre incontro una bambina sui quattro anni, la bocca, le mani, il vestito sporchi di yogurt. Il suo nome è Fatima, lo scopriremo più avanti.

In un attimo anche Marta si ritrova tutta bianca e appiccicosa con Fatima in braccio e suo fratello Mahdi di un anno più grande che ci porta due sedie con le rotelle improvvisando un salottino in mezzo alla strada. Mahdi ci chiede una penna e inizia a completare una scheda di pregrafismo con i numeri. Nel frattempo Faiza e Narghes insegnano a Marta a pronunciare i numeri fino a dieci. Lei si impegna a ripeterli pensando di stare imparando le sue prime parole in farsi ma, dopo i primi tre, si rende conto con stupore che si tratta di numeri greci. Bambini afghani che rispolverano frammenti di memoria degli studi superiori di greco antico, il tutto nel piazzale sporco e spoglio antistante il vecchio aeroporto.

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Elliniko, zona a Sud-Est di Atene, è l’emblema delle contraddizioni e delle ingiustizie del mondo di oggi. Dove sorgeva il vecchio aeroporto di Atene e dove nel 2004 si svolsero le gare olimpiche, quest’area è adesso un susseguirsi di strutture decadenti e totalmente abbandonate dopo i finti e fulminei fasti olimpici e le annesse speculazioni edilizie. Oggi questi luoghi abbandonati sono diventati, per un sadico gioco del destino, i luoghi dove ad essere abbandonate sono le persone e i loro diritti. L’ex stadio di hockey di Elliniko era stato già teatro di una delle prime deportazioni autunnali dei “non SIA” (siriani, iracheni, afghani) da Idomeni al resto della Grecia. Oggi, accanto a quello stadio, quasi 2000 persone vivono ammassate peggio di animali all’aperto e dentro gli spazi dell’ex aeroporto e di un altro palazzetto dello sport. Molti di loro sono afghani e i siriani si trovano in un’altra struttura adiacente dove però non è consentito l’accesso.

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Lo scenario che ci si presenta è allucinante: centinaia di migranti (e tra loro moltissimi bambini) con le loro tende stanno accampati intorno a tonnellate di spazzatura e cibo putrefatto. Percorriamo altri 200 metri e alla nostra sinistra vediamo l’edificio del vecchio aeroporto. Entriamo e vediamo una distesa infinita di tende abitate principalmente da afghani costretti a vivere in condizioni disumane. Manca di fatto lo spazio vitale, le tende sono ammassate le une con le altre, per terra sporcizia ovunque e pozzanghere di acqua e fango. “Stiamo vivendo come animali, qui ci sono 5 docce per 1500 persone!” ci dicono alcuni afghani che ci invitano a bere un tè e ci raccontano il loro viaggio.

Tra di loro una giovane donna con 4 bambini costretta anche lei a vivere lì (dove non c’è nessun servizio specifico per minori e soggetti vulnerabili). Ci fanno vedere il tesserino della loro preregistrazione e ci chiedono se hanno possibilità di andare in un altro Paese europeo. Noi diciamo che per loro è molto difficile se non hanno parenti in Europa. In realtà sappiamo che non è difficile, è praticamente impossibile, ma non riusciamo a non dare loro una seppur flebile speranza. E in quella situazione non solo svaniscono le speranze ma anche la dignità umana. Due giorni dopo veniamo a sapere che proprio in quel luogo un ragazzo afghano è morto in seguito ad una rissa con un altro afghano. Ed è un’altra morte della disperazione e dell’esasperazione, un’altra morte che pesa sulle coscienze di un’Europa che sta costringendo decine di migliaia di persone a non vivere e a non avere un futuro. E questo, ricordiamo, è un campo governativo.

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Skaramagas, zona industriale e portuale a ovest di Atene. Una puzza che ti entra dentro, un veleno che ti uccide lentamente, rifiuti tossici, gli scarichi delle industrie tutto attorno. Ci arriviamo in macchina e siamo costretti ad alzare di fretta i finestrini nonostante il caldo torrido. Potremmo parlare di omicidio legalizzato dal momento che stiamo entrando in un campo governativo, uno di quei molteplici campi dove vengono “indirizzate” – o più spesso deportate – intere famiglie di migranti, bambini ed anziani compresi.

All’ingresso ci “accoglie” uno sparuto gruppo di poliziotti, ci tengono a dirci che lì dentro si vive bene, che ora non possiamo entrare perché è l’ora del pranzo e non è carino disturbare le famiglie – sono le quattro del pomeriggio e quanto al disturbare non è necessario alcun commento purtroppo – ma che se vogliamo aspettare poco più in là c’è un bel posto dove mangiare. Le parole sono accompagnate dai gesti e dal sorriso beffardo tipici di chi si sente forte del proprio ruolo, di una divisa ostentata per negare la propria povertà d’animo. Sarà l’ironia della sorte o un presagio nefasto ma il bel posto in questione si rivela essere un bar interno a una stazione di servizio dal nome Cosa Nostra accanto ad una bandiera italiana.

Una volta entrati ci troviamo a camminare tra distese infinite di container alternate a una fila di bagni chimici, il tutto sotto un sole cocente. Molti materassi sono fuori a terra, tra una fila e l’altra di container; impossibile dormire dentro ma anche fuori la situazione non migliora e il rivolo d’acqua putrida che attraversa l’intero piazzale suggerisce qualche problema con la rete fognaria. Qua e là spuntano piccoli chioschi, si vendono angurie, falafel, bibite, si tagliano barbe e capelli dietro tende precarie. Una sorta di microeconomia interna che però, come accade in altri campi in Grecia (ma anche in Italia), fa sì che in alcuni casi si lucri sui bisogni primari delle persone che vivono lì dentro a causa spesso della pessima qualità dei servizi offerti dalle istituzioni governative e da alcune ong (ad esempio molti bambini accusano sintomi legati a carenze alimentari dovute alla somministrazione esclusiva di pasta e patate tutti i giorni o, in altri campi, di riso e lenticchie).

Mentre aspettiamo di parlare col personale della Croce Rossa notiamo avvicinarsi timidamente una giovane ragazza afghana, chiede di parlare con un dottore. Sembra timida Raulana, tanto timida che non siamo neanche sicuri di aver capito bene il suo nome pronunciato tra i denti, ma soprattutto sembra stanca, tanto stanca e, quando inizia a raccontare, vincendo l’iniziale diffidenza, l’apparenza diventa realtà. Sono sette mesi che Raulana aspetta e ora non si fida più di nessuno, troppe false speranze, troppe promesse tradite. Non può più permettersi errori perché non è sola Raulana, insieme a lei la piccola figlia di cinque anni e l’anziana madre che ora si è ammalata, ed è per questo che serve un dottore. Raulana e la sua famiglia però non vivono nel campo, non vogliono per paura di essere respinti, perché da gennaio l’Afghanistan non rientra più nella lista dei paesi considerati “non sicuri”. Ma Raulana sa bene che di sicuro in Afghanistan c’è solo la paura, la paura che ogni giorno possa essere l’ultimo per sé e per i propri cari. Sua figlia nella paura non la vuole far crescere, sogna per lei quel futuro che ogni madre sogna per il proprio figlio. Raulana è madre ma è anche figlia, anche per lei esiste un futuro sognato, sognato da quella stessa donna per la quale ci siamo fortuitamente incontrati davanti al container della croce rossa, qua dal dottore.

L’operatore della croce rossa non può far molto per lei, solo prestare assistenza medica in via emergenziale, altrimenti occorre chiamare l’ambulanza e recarsi al pronto soccorso più vicino. Inoltre chi vive fuori dal campo può entrare solo per prendere l’acqua, neanche per usare il bagno e questo spiega l’intenso odore di latrina che si spande tutto intorno aumentando ulteriormente il disagio e le già precarie condizioni igieniche. Come Raulana decine di altre famiglie vivono intorno al campo, su giacigli improvvisati, al riparo del relitto di un’imbarcazione, lavandosi nell’acqua inquinatissima del porto. Veniamo invitati da una di queste famiglie a mangiare datteri seduti in circolo per terra e scopriamo che loro invece vorrebbero entrare nel campo ma che è stato detto loro di attendere – di nuovo l’attesa e il tempo che si dilata perdendo forma e senso – a causa della mancanza di posto all’interno.
Parlando con alcuni volontari spagnoli e con gli stessi migranti accampati lì fuori ci viene detto però che ci sono almeno 50 posti letto inutilizzati. Inutile chiedersi la ragione del dispensare menzogne come caramelle. Ci allontaniamo salutando tristemente con la mano un folto gruppo di bambini e ragazzini che giocano ad essere in vacanza al mare, tuffandosi tra spruzzi e risa nell’acqua contaminata di scorie e rifiuti tossici.

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A qualche ora di treno da Atene – esperienza di viaggio che consigliamo di vivere di notte per capire appieno la dimensione del fenomeno migratorio in Grecia – si aprono scenari simili nei campi governativi attorno a Salonicco.
Manca qualcosa nel campo governativo di Softex e subito non capisci che cosa ma poi, quando scendi dall’auto e ti inoltri tra le tende con la gola arsa dal sole e dalla sete, la testa che gira e le gambe che sembrano voler cedere e si fanno molli, allora ti accorgi cosa manca: a Softex l’unico albero presente presidia beffardo il confine esterno del campo, per il resto neanche un cespuglio, un arbusto, un filo d’erba. Nulla.

Solo ghiaia, terra e filo spinato. Il caldo è asfissiante, la plastica dei bagni chimici luccica sotto il sole, ci troviamo a contrattare con le rispettive vesciche per non essere costretti a sbirciare all’interno di quella fila di fornaci che dovrebbero assolvere alle esigenze corporali primarie. A lato dei gabinetti una fila di lavabi, sempre sotto il sole. Di spalle una bambina sui sei anni, dai capelli biondi e spettinati sta lavando un tupperware. Non sappiamo perché ma è una di quelle immagini che non si cancellano, che restano dentro e fanno male anche senza motivo apparente. Un unico scatto che rende senza parole la desolazione di un luogo ma anche la resilienza e la quotidianità di chi l’abita.

Ma non si tratta solo di resilienza bensì anche di resistenza, quella stessa che porta i ragazzini ad arrampicarsi in cima alla torretta “di guardia” per issare lo striscione right to travel, e sventolare le bandiere al di sopra di ogni recinzione o filo spinato, durante la manifestazione degli attivisti del No Border Camp alla quale partecipiamo.
Ai confini del campo altre tende, qua ci sono le famiglie curde del Rojava, gli occhi chiari brillano e risaltano sulla pelle scura bruciata dal sole, alcuni ragazzi dormono sdraiati su panche in legno, infastiditi dal continuo ronzio delle mosche, le donne sorridono, i bambini giocano con una decina di cuccioli di cane, randagi prima del loro incontro. Addomesticarli è un altro tentativo di ricercare spiragli di normalità in una situazione che normale non è affatto.

All’altra estremità del campo, vicino alla torretta, in una struttura coperta e in muratura, file disordinate di tende si susseguono a riempire ogni spazio possibile. Lì Marta trova un collega e, come sempre, è una bambina a prenderle la mano e trascinarla a conoscere il resto della famiglia. In men che non si dica stiamo bevendo succo di frutta e sgranocchiando arachidi, impossibile provare a rifiutare, l’ospite è sacro pure in un campo profughi. Mentre le bambine armate di spazzola si improvvisano parrucchiere e la madre ci racconta il suo passato – del presente non vi è molto dal aggiungere, bastano gli occhi, e del futuro non si può ancora parlare al di fuori del sogno – arriva timido il padre e ci presentiamo scoprendoci colleghi.

Anche lui, come Marta, in Siria era maestro in una scuola primaria di cui era pure direttore. L’incontro non lascia Marta indifferente, può solo immaginare cosa voglia dire perdere un lavoro che richiede passione e dedizione; dover trovare le parole per spiegare ai propri alunni che la cultura fa paura ai signori della guerra e pertanto le scuole da luoghi in cui coltivare la libertà e l’autodeterminazione, si trasformano in obiettivi sensibili, spazi da abbattere.

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Andiamo anche a Oreokastro, vicino Salonicco. E’ forse uno dei più decenti tra i campi che abbiamo visto per quanto riguarda le strutture anche se non sfugge a uno sguardo neanche troppo attento quella ingente perdita dalla cisterna arrugginita (foto), unica fonte di acqua chiaramente non potabile. Le tende sono situate in file ordinate all’interno di un prefabbricato enorme, probabilmente un’ex fabbrica. Sono tende spaziose dotate di ventilatore e fornello elettrico in alcuni casi. Vi è uno spazio destinato a scuola e alle attività ludiche per i circa 300 bambini, gestito da due mesi da un’associazione religiosa greca insieme ad alcune ragazze siriane volontarie.

La minuziosa organizzazione interna fa nascere in noi un sospetto purtroppo subito verificato, ossia la previsione di mantenere il campo per almeno tre anni prima che si riesca a sbloccare in qualunque modo la situazione. Questo almeno è quanto ci dicono le istituzioni presenti. Un altro aspetto inquietante e ingannevole è la presenza di un folto numero di chioschi e banchetti con generi alimentari, gadget e utensili che ricorda per ordine e varietà gli scaffali di un’edicola o di un supermercato piuttosto che i banchi caotici e rumorosi di un mercato di strada. Inizialmente pensiamo a un’iniziativa di microcredito interno ma poi ci rendiamo sotto che la risposta più plausibile viste le condizioni delle persone al campo è la presenza di una sorta di business interno dove i pochi che hanno avanzato a questo punto del loro viaggio una sufficiente quantità di denaro, lucrano sulle necessità degli altri abitanti del campo, forti delle gravi carenze nella soddisfazione dei bisogni e nella somministrazione dei pasti da parte delle istituzioni e delle ong.

Non è piacevole la sensazione di entrare in massa in un campo, foto di qua, foto di là, selfie con i bambini, è brutto il paragone ma sembra di essere turisti in visita allo zoo, si rischia di dimenticare l’essere umano, di perdere di vista il rispetto e la dignità delle persone. Ci muoviamo timidamente cercando di non invadere quei miseri spazi conquistati da chi da troppi mesi vive nella precarietà e nell’incertezza più assolute. Una donna, apparentemente molto anziana, torna verso una tenda con due borse della spesa. Abbassiamo gli occhi in segno di rispetto come siamo stati educati a fare con i nostri nonni ma lei ci fa cenno di seguirla e inizia a parlarci in un inglese impeccabile.

Scopriamo così che Karima (nome di fantasia) ha 65 anni nonostante le pieghe sul suo viso lascino pensarne almeno dieci in più, viene dalla Siria dove ha studiato fino al 1970 imparando bene l’inglese. Suo marito è diventato cieco a seguito dell’esplosione di un ordigno caduto sul negozio in cui lavorava. È riuscito a trasferirsi in Germania col figlio per ricevere le cure e così Karima è rimasta sola con la nuora e il nipotino che ora ha dieci mesi. La vita di suo nipote inizia in viaggio, dalla Siria alla Turchia e poi 800 euro a persona e 2 ore di gommone per arrivare fino a Lesvos con altre 36 persone. Non ci sono buoni sconto e riduzioni per la tratta di vite umane, a un mese di vita suo nipote paga già il biglietto intero, non lo sa ancora ma gli toccherà crescere in fretta, l’infanzia per tanti siriani come lui è un lusso che oggi non si possono permettere. Da Lesvos a Kavala e da lì a Idomeni per quattro mesi. Ora sono cinque mesi che Karima e ciò che rimane della sua famiglia vivono a Salonicco dentro una tenda, dicono di star meglio che a Idomeni ma comunque male. Il nipotino di Karima ha imparato a gattonare, cerca di alzarsi in piedi, chissà quali saranno le sue prime parole…

La visita è finita, è tempo di andare, ci segue lo sguardo triste e profondo di Naam e quello allegro e birichino delle sue tre figlie Aya, Shaed e la piccola Sara – principessa in un non regno – le coinquiline di tenda di Karima.

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Le risposte dal basso sono sempre le migliori: il City Plaza Hotel e gli altri luoghi della Atene che accoglie

Il City Plaza è un hotel dismesso da sei anni e occupato da alcuni attivisti e migranti a partire da aprile 2016. L’hotel si estende su sette piani, ha 92 stanze in cui vi vivono quasi 400 persone, tutte famiglie con figli minori o anziani a carico (112 donne, 92 uomini,185 bambini). Le nazionalità di provenienza sono prevalentemente Siria, Afghanistan, Iran, Kurdistan, Iraq, Palestina e Pakistan.

Ciiiiiiity plaza ciiiiiiity plaza ciiiiiity plaza!” è il festoso coro dei piccoli abitanti al rientro in hotel dopo la scuola estiva che frequentano a luglio ogni mattina. Ad attenderli sulla scalinata all’ingresso restano i più piccoli, dito in bocca, pupazzo sotto il braccio, bolle di sapone e una bicicletta senza un pedale.

Ci sono giorni che può sembrare normale, scene di vita quotidiana, scaramucce per una sayara (macchinina), risa e pianti come qualunque bambino di quell’età. Ci sono giorni che non ti accorgi di quel moncherino al posto del braccio, di quello sguardo velato, di quella guerra che si portano dentro e che sfocia in un litigio un po’ oltre le righe, in un pianto che non è facile consolare, in un abbraccio troppo forte da sostenere. “Maifrien, maifrien!!!” (my friend) è il nome con cui viene chiamato ogni volto occidentale, senza particolare discriminazione, annullando la paura dell’estraneo, cercando il contatto del corpo in un modo che può risultare solo estremamente affettuoso a chi non è abituato ad avere a che fare ogni giorno con cuccioli umani in crescita ma che lascia spazio ad un brivido sottile sottopelle a chi invece conosce la comune timidezza e la sana diffidenza che accompagnano l’incontro con chi si vede per la prima volta. My friend è la speranza, la ricerca di un alleato o di un lasciapassare per l’adulto; maifrien è la caramella, un foglio bianco che diventa subito rosso di sangue, nero di fumo, grigio di maceria “casa maifrien….bum, Surya!”, un foglio liscio che si piega preciso su linee marcate e si trasforma in aereo, un aereo da lanciare, un aereo che lancia…

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I bambini sono ovunque al City plaza, li trovi sulle scale, sul corrimano, in cucina, nella hall, sui balconi e poi esci fuori, in strada e ne trovi altri e quelli sono i bambini che non vorresti incontrare perchè sei costretto a dirgli “no, mi spiace, l’hotel è pieno, non c’è più posto” “sì puoi entrare per fare la pipì ma poi subito fuori” “l’acqua te la vado a prendere io, non è vero che la tua mamma vive al piano di sopra” “ho detto no, non si può”. E tutto questo non è importante in che lingua lo dici perchè tanto un bambino continuerà a insistere, perchè un bambino non può capire perchè lui no. Ed è bene che non lo capisca, serve a ricordarci di restare umani.

A nessuno dei volontari del City Plaza piace rifiutare e chiudere la porta, ecco perchè il turno di sicurezza e accoglienza è forse il più faticoso e meno ambito, controllare il pass, chiedere spiegazioni, ricevere in dono frammenti di storie e poi dover comunque abbassare lo sguardo e mormorare, “No, there isn’t place”. Ma non è cattiveria, è necessario per non trasformare l’hotel nell’ennesimo campo profughi invivibile e malsano. Per salvaguardare dignità e persone, per poter vivere e non solo sopravvivere. Perchè di esseri umani si tratta, non di polli in batteria.

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Ogni famiglia all’hotel occupa una stanza, il cui numero è funzionale anche ad annotare su un tabellone i turni di pulizia e cura della struttura a carico di tutti gli abitanti. Al primo piano, su un altro tabellone i volontari segnano la propria disponibilità per svolgere su più turni i seguenti incarichi: sicurezza, cura dei bambini, traduzione, cucina.
E in cucina, tra fumi, profumi e altissime pile di piatti da lavare, raccogliamo nuove storie.

Christian, chef greco-cileno che si presenta con un passato legato dolorosamente alla dittatura, padre ucciso da Pinochet e conseguente prima emigrazione, infanzia trascorsa con mamma e patrigno greco e poi la seconda emigrazione in Slovenia e la scelta, stavolta consapevole, di non mettere radici, di scegliere una professione itinerante, una roulotte, gli ingredienti giusti, attenzione al palato e all’occhio e tanta voglia di non fermarsi. Christian è abituato a cucinare per tante persone, in luoghi diversi, passando da un festival all’altro, da un volto all’altro, dal nord al sud del mondo. Ma dal City Plaza Christian fatica a ripartire, il suo spirito libero senza legami nè confini lo spinge a rimettersi in viaggio ma qualcosa lo blocca e lo tiene ancorato alla cucina dell’hotel, alle abitudini alimentari dei suoi ospiti. Ogni giorno ci saluta, “domani faccio un tatuaggio e parto” ma il domani sembra non dover mai arrivare. Fino a che un giorno in cucina Christian non lo trovi più.

Al suo posto c’è Ahmed. Viene da Homs, 35 anni, due figlie, aveva una grande casa, due macchine, una pasticceria di sua proprietà. Ora gli restano le foto sul cellulare, foto di torte da favola, torte nuziali a tre piani, torte di compleanno con glassa e decorazioni d’ogni tipo, torte al cioccolato, alla panna, alla frutta. Ce le mostra tutte le foto delle sue amate creazioni, Ahmed, mentre afferma che dopo aver vissuto la guerra e la fuga la sola cosa che conta è essere vivi e con la propria famiglia ma, quando la cartella giunge alla fine, abbassa gli occhi, sospira. “Before” sussurra tra i denti.

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Ma il City Plaza Hotel non è il solo esempio di una città e di un Paese che sta trovando dal basso il modo per dare dignità e futuro ai migranti. Come ci dicono gli stessi attivisti locali, la crisi economica ha rinsaldato le reti di solidarietà informali tra gli stessi greci e queste reti, fatte di tanto coraggio, volontariato e impegno sociale e politico, sono state poi la base di partenza per le tantissime iniziative di supporto ai migranti arrivati in Grecia. Al momento ci sono almeno una ventina di spazi occupati (o “squat”) solo ad Atene e sorgono principalmente nella zona di Exarchia, quartiere storico dei movimenti antirazzisti e antifascisti ateniesi. Uno dei primissimi e dei più attivi è “Notara 26”, un edificio del Comune di Atene ormai in disuso occupato da alcuni attivisti – greci e non – a fine 2015 dopo la parziale chiusura del confine di Idomeni.

Un altro si trova in Via Arachovis. Su consiglio di alcuni amici ci rechiamo lì e vi troviamo una scuola. A luglio ad Atene le scuole sono aperte? Ci chiediamo. Si vede un viavai continuo di scolari ma, a guardarli meglio, tra i tanti bambini si scorgono anche volti adulti, addirittura anziani. E’ una scuola occupata che da tempo non svolge più la sua funzione di scuola perché non a norma o resa inagibile dal terremoto; una scuola senza più banchi, senza sedie e senza gessetti. Ma in cortile sembra sempre l’ora dell’intervallo.

Nel cortile troviamo Tabara, o meglio Tabara trova noi. Tabara ha dieci anni, la pelle scura, i capelli legati in tre treccine, un sorriso contagioso, parla un ottimo inglese ed è nata a Daraa, una città che rischia di finire sui libri di fiabe di domani “C’era una volta la magnifica città di Daraa…”. Perchè di questa città, simbolo della guerra che dilania l’intera Siria, oggi rimangono macerie e spettri. Tabara lo sa ma non rinuncia al riso e in due minuti già stiamo già giocando insieme a lei e a Zhara, Mariam e Sheimaa.
Tolgono il fiato gli abbracci di Tabara, stretti come la treccia che insiste per farmi “Jidduli, my friend, jidduli!” ma se da un lato vi è una bambina dall’altro c’è già una giovane donna che sa accettare senza capricci la fine di un gioco, il momento del saluto. Ed ecco torna la bambina quando riesce a strappare una semi promessa: “Bukra?” (domani?). “Non lo so, Tabara, forse, non te lo prometto” dice Marta. Non posso promettere, la mia giovane amica non ha bisogno di altre delusioni. Ma quando il giorno dopo torniamo e la andiamo a cercare, siamo noi i più felici, siamo noi che torniamo bambini per un attimo quando veniamo accolti con il nostro nome al posto di quell’abusato “maifrien”. Tabara prende per mano Marta, sposta una tenda appesa in una vecchia aula umida e spoglia nel seminterrato della scuola, la costringe a seguirla e le presenta sua mamma. La mamma di Tabara è seduta a terra, si pettina i lunghi capelli, la bacia e insieme cercano parole, gesti per capirsi, sorridono ogni volta che ci riescono mentre Tabara pettina la sua bambola. Ma ora le bambine sono loro, così diverse nei vissuti e nelle lingue ma donne allo stesso modo. E poi arriva di nuovo il momento più brutto, quello del saluto. Senza promesse.

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Luoghi di crescita e di educazione tramutati in luoghi di sopravvivenza, classi che diventano accampamenti, banchi che lasciano il posto alle tende. E un turbinio di emozioni e vissuti di sofferenza e stanchezza ma anche di solidarietà, di accoglienza, di voglia di almeno un pizzico di normalità.

Un’altra scuola è a pochi passi dal City Plaza, in via Acharnon. La prima volta passiamo di sera, fermandoci incuriositi dal movimento e dalle voci nel cortile interno. Un centro sociale, una festa di inizio estate? Non avevamo l’invito ma il cancello era aperto e quindi entriamo. Dentro le solite tende, tantissime zanzare, un bambino spinge altri due in un carrello del supermercato.

Un signore ci avvicina, si presenta, è curdo ma viene dall’Iran che non è come quando sei curdo e vieni dalla Siria ma che dal primo luglio è sempre più simile a quando sei curdo e vieni dall’Iraq. Perché i diritti umani in quest’epoca storica sono in continuo movimento e basta un giorno per passare dai salvati ai sommersi, il contrario invece non accade mai. Si rischia così di passare da una guerra civile a una guerra tra poveri dove è necessario fare enormi e costanti sforzi per non sentirsi discriminati in base alla propria provenienza, al proprio status e sforzi ancora più grandi per accettare di esserlo senza però odiare chi oggi appartiene ai salvati. Bisogna ricordarsi che salvati lo si è solo a parole al momento. Nessuna certezza, nessuna casa, nessun lavoro, nessun posto in cui ricominciare a vivere. Sommersi e salvati ad Atene come nel resto dell’Europa sopravvivono in un tempo sospeso, dove, tra passato e futuro, rimane solo un presente dilatato e logorante.

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Il ritorno di chi è libero di viaggiare

Tornati dalla Grecia abbiamo avuto bisogno di tempo, non un tempo sospeso e informe come quello dei campi bensì un tempo pieno e necessario ad ascoltare le emozioni, tutte nessuna esclusa, per poi rielaborarle, riassaporare i volti, ridare loro i nomi e fissare sulla carta quello che nel cuore è già indelebile dal primo istante.

Un tempo che troppo spesso manca nella frenesia e nell’incuranza delle nostre vite quotidiane, bombardati da notizie mediatiche spesso parziali quando non mendaci, dietro cui si nasconde l’intento di assuefare le menti alternando frequenti momenti di iniezioni di paura e odio verso questi “profughi” resi massa indistinta – senza volti, storie, sogni, emozioni – ad altri, più sporadici, di sterili e comode compassioni che durano il tempo di un articolo o di un servizio televisivo promuovendo un’ipocrita vicinanza a quelle tragedie che dura un attimo e non scalfisce di un millimetro le nostre vite e le domande sulle cause di tali tragedie.
E tutto questo trasforma le persone in numeri, l’umano in fantoccio, la vittima in carnefice. Si normalizzano e si inflazionano la morte e la sofferenza ma anche l’odio e l’indifferenza.

Questo tempo che ci siamo presi è servito a restituire, almeno nel nostro piccolo, spessore e dignità ad ognuna delle persone che abbiamo incontrato e a condividere con voi i frammenti di storie che ci hanno coraggiosamente regalato.

Davide Carnemolla e Marta Peradotto

Note

[1Secondo le cifre, rese note il 27 luglio da un portavoce del Governo greco, 426 rifugiati continuavano a vivere al porto del Pireo. A partire dal 28 luglio, la zona sembra esser stata completamente svuotata.

Estratto da Meltingpot.org

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